Mafia, la Occhionero ancora al suo posto in Parlamento e Matteo Messina Denaro a passeggio per la Sicilia

MICHELE MIGNOGNA

Nel giorno del compleanno di Peppino Impastato vogliamo ricordare ancora una volta il caso della deputata Giuseppina Occhionero, e lo facciamo nel silenzio più assoluto della politica e della società civile che non è in grado di indignarsi per fatti di questa portata.

La deputata ex LeU e attualmente in Italia Viva del marpione fiorentino Matteo Renzi.

Brevemente, il suo assistente è finito in carcere perché ritenuto anello di collegamento con i mafiosi detenuti vicini al superlatitante Matteo Messina Denaro. Dalle indagini della Dda di Palermo, confluite nell’operazione “Passepartout”, emerge che Nicosia, accusato di associazione mafiosa, sarebbe riuscito ad accedere più agevolmente negli istituti penitenziari assieme alla parlamentare. In questo modo Nicosia avrebbe agito da ‘messaggero’ dei boss verso l’esterno. Nicosia era collaboratore della Occhionero, la quale non si era “accorta” dei precedenti, notissimi di Nicosia. Il tutto, ripeto, nel più assoluto silenzio da parte di tutti. Giusto per rinfrescarci un po’ le idee vediamo chi è Matteo Messina Denaro, tanto caro al collaboratore della Occhionero, che ancora oggi posta selfie dalla camera senza porsi minimamente il problema delle dimissioni.

Matteo Messina Denaro , nato a Castelvetrano il 26 aprile 1962, tra i latitanti più

ricercati al mondo, è considerato il capo di Cosa Nostra.

Figlio di Francesco Messina Denaro, capo della cosca di Castelvetrano e del relativo

mandamento, nel febbraio 1992 Messina Denaro fece parte di un gruppo di fuoco,

composto da mafiosi di Brancaccio e della provincia di Trapani, inviato a Roma per

progettare attentati contro il giornalista Maurizio Costanzo, Giovanni Falcone e

Claudio Martelli. Poi però Totò Riina annullò l’operazione perché voleva che

l’attentato a Falcone fosse eseguito diversamente.

Nel luglio 1992 Matteo Messina Denaro fu tra gli esecutori dell’omicidio di

Vincenzo Milazzo, capo della cosca di Alcamo, insofferente all’autorità di Riina. E

pochi giorni dopo strangolò la compagna di Milazzo, Antonella Bonomo, incinta di

tre mesi. Dopo l’arresto di Riina, Messina Denaro fu favorevole alla continuazione

della strategia degli attentati dinamitardi insieme con i boss Leoluca Bagarella,

Giovanni Brusca e i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano: gli attentati dinamitardi a

Firenze, Milano e Roma provocarono dieci morti e 106 feriti, con gravi danni al

patrimonio artistico. Mentre venivano portati a termine gli attentati, nell’estate 1993,

Matteo Messina Denaro si recò in vacanza a Forte dei Marmi (Lucca) con i fratelli

Graviano. In quei giorni nei suoi confronti venne emesso un mandato di cattura per

associazione mafiosa, omicidio, strage, devastazione, detenzione e porto di materiale

esplosivo. Da allora Messina Denaro è latitante e gestisce la sua cosca attraverso i

cosiddetti pizzini, biglietti con gli ordini per gli uomini di Cosa nostra. Con questo

sistema, nel novembre del 1993, Matteo Messina Denaro organizzò il sequestro del

piccolo Giuseppe Di Matteo per costringere il padre Santino a ritrattare le sue

rivelazioni sulla strage di Capaci. Dopo 779 giorni di prigionia, il bambino fu

brutalmente strangolato e il cadavere sciolto nell’acido. Nel 1998, dopo la morte del

padre Francesco, ucciso da un infarto mentre era anche lui latitante, Messina Denaro

è diventato capomandamento di Castelvetrano e anche rappresentante mafioso della

provincia di Trapani.

Sulla lapide di Impastato è scritto “ucciso dalla mafia democristiana”.