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Quelli che “… senti ti do un consiglio”

Michele Mignogna

ATTENZIONE questo articolo non è riferito a nessuno in particolare ma a una certa categoria di utilizzatori dei social.

Fatta questa precisazione, quanto mai opportuna quando trattiamo questi argomenti, cerchiamo di capire chi sono questi soggetti che, cosi, magari di punto in bianco, mentre tu scrivi di fatti attinenti alla tua città, oppure fai delle riflessioni che vuoi condividere con il “popolo della rete”, arrivano e la prima cosa che fanno non è leggere l’intero articolo o post che dir si voglia, ma ti dicono “senti ti do un consiglio”. E qui, se sei una persona calma, cerchi di ragionare e capire se il tuo scritto ha urtato la sua di sensibilità, o magari quella di altri, ma allora cosa c’entra questo soggetto che nemmeno è stato chiamato in causa? Non lo sappiamo, sappiamo però che alcune persone, indipendentemente dal sesso, donna o uomo, a un certo punto si sentono in diritto di “darti consigli”. Il consiglio si sa, o lo chiedi a qualcuno che magari ha più esperienza di te in un settore, oppure che ha fatto delle cose nella sua vita che possano tornare utili, appunto come consiglio, altrimenti cerchi di fare le tue esperienze e da solo. Il consiglio che ti vogliono affibbiare, spesso proviene da chi in vita sua non ha nessuna attinenza con il lavoro che tu stai facendo, come dire, io vado dal mio amico Nicola il pasticciere, senza aver mai fatto un dolce in vita mia e gli dico “Nicò, la crema non la devi fare cosi, la devi fare in quest’altro modo, e pure il cioccolato perché lo fai cosi, devi farlo con questo metodo” il minimo sindacale che può accadermi è una bella pedata in culo e un sonoro vaffa. Questo è quello che i moderni “consigliatori” non capiscono, o meglio, credono di essere in possesso di tutta la conoscenza umana per dire a te cosa scrivere o non scrivere, cosa dire o non dire e via dicendo. Insomma non si rendono conto che magari dietro al ragionamento di una persona qualsiasi ci sono delle esperienze, un vissuto, un bagaglio culturale, tale da far decidere a lui stesso cosa fare o non fare. È chiaro che la maggior parte di questi “odiatori” perché tali sono, se non “accetti” il loro consiglio parte una guerra nei tuoi confronti senza esclusione di colpi, sono manovrati da chi ha interesse a screditare una certa testata o un certo giornalista, insomma servi consapevoli di chi ha altri interessi, e questo è drammatico, perché quando se ne rendono conto è troppo tardi.

Conversando con un mio caro amico proprio su questo aspetto di internet, lui ha affermato come questi soggetti, che passano da Beautiful al Diritto marittimo Internazionale con un soffio, che passano da Barbara d’Urso a Carola Rakete in un nano secondo, avendo, secondo loro, sempre ragione, sono gli stessi che trovandosi per esempio di fronte all’orologio metafisico di Dalì per loro è semplicemente un orologio slacciato “che cazzo ci vuole a fare una cosa del genere, e che ci volevi tu a disegnare un orologio, i colori che hai usato fanno schifo al cazzo”. Oppure se avessero di fronte Picasso che gli spiega Guernica, la più grande e potente opera contro ogni guerra e contro ogni violenza, direbbero a Picasso che è solo “una cosa disordinata, che cazzo hai disegnato, e che ci volevi tu a fare sta cosa, ma sai quante ne faccio e di migliori io”. Ecco signori, questa è una categoria di internauti da cui stare alla larga, tanto alla fine si isolano da soli, e il tonfo sarà molto ma molto doloroso.

Tipi da Facebook, attenti ai malati di “selfite”

MIMI

Viviamo in un’epoca in cui chiediamo sempre più privacy però abbiamo sempre pronto il telefonino con la camera attivata. Ci danno fastidio le telecamere che installano i comuni, però fotografiamo tutto, quando andate in bagno (io non lo faccio per fortuna), quando mangiate, quando bevete, fotografate lo schianto dell’auto mentre avviene, insomma c’è una nuova malattia, la seflite, un neologismo di un’antipatia unica, ma è cosi.

Ricordo da bimbo quando le foto erano sacre, andavano fatte bene, magari da Pilone, sulla sedia marrone con i braccioli di ferro, le pose erano serie, altro che bocca a culo di gallina, la prima cosa che dovevi fare, salita la scalinata di Pilone era pettinarti e metterti la giacca, non la tenevi? Te la dava lui, e quella foto restava incorniciata per anni. Poi arrivarono le macchine fotografiche con i rullini, ed era un altro casino, dovevi farle bene, se le facevi mosse avevi sprecato una foto, dovevi fotografare cose essenziali, cose che dovevano rimanere impresse nella pellicola, altro che bagno, o piatto di spaghetti allo scoglio e bicchiere di pecorino bianco, il rullino costava e lo sviluppo lo pagavi, altro che chiacchiere. Oggi invece è tutto più, come dire, indefinito, si fotografa come viene, tanto se non va bene cancelli, fotografi tutto quello che vedi, che poi parliamoci chiaro, quanti di voi stampano e conservano le foto in quegli albumini di plastica con la copertina colorata e i fogli trasparenti? Nessuno vero? Ecco, oggi abbiamo non solo il problema della sovra esposizione fotografica, abbiamo il problema dei malati di “selfite” quelli che incontri e a bruciapelo ti dicono “dai facciamo un seflie per fb”, oppure li incontri a qualche matrimonio (per fortuna non ho nemmeno questo problema) e per forza devono farsi la foto insieme a te per poi pubblicarla sui social, vuoi o non vuoi devi fartela. Cosi capita, scorrendo i social di vedere foto in cui il soggetto proponente e bello contento e sorridente e il malcapitato, o i malcapitati ( essì mica si accontentano di uno solo, se c’è l’intera famiglia devono starci tutti) con facce truci come a dire ( ma tu guarda che rottura di zebedei). Se ne vedono a migliaia, bimbi fotografati per forza, nonne e nonni che manco sanno che stanno facendo. Insomma sta diventando un problema, solo che ad accorgersene è chi lo subisce il selfie non chi lo fa, e questo sinceramente fa girare le eliche e non poco.